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Ecoansia: cos’è e in cosa si distingue dalle altre preoccupazioni di natura psichica

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    L’attenzione all’ambiente che caratterizza lo scenario internazionale negli ultimi anni ha un rovescio della medaglia. Si tratta dell’ecoansia, ossia dell’eccessiva preoccupazione per le conseguenze del cambiamento climatico e delle altre minacce per la natura e, di riflesso, anche per il benessere dell’umanità.

    Il tema dell’ecoansia è più attuale che mai dato che in molte persone, in particolare nei giovani, lo spettro del cambiamento climatico sta mettendo a nudo segni di insofferenza che mettono a dura prova il benessere psicologico. Probabilmente tale problematica rappresenterà un’ulteriore sfida per gli psicologi che, al di là del consueto aggiornamento triennale richiesto dal sistema sanitario (questi corsi FAD ECM per psicologi presenti nel sito ebookecm.it evidenziano svariati temi che ne fanno parte), dovranno acquisire nuove competenze per far fronte a nuove preoccupazioni e malesseri di natura ecologica.

    Per approfondire meglio quello che, oggi come oggi, è un tema cardine per comprendere la salute mentale, non devi fare altro che proseguire nella lettura dell’articolo.

    Alle radici dell’ecoansia

    Anche se di ecoansia si parla in maniera capillare e continua soprattutto negli ultimi 2 – 3 anni, l’origine di questo termine va fatta risalire a un passato non vicinissimo.

    Siamo nel 2011, anno in cui vennero descritti, tra le righe di un articolo scientifico pubblicato sulle pagine della rivista American Psychologist, gli effetti del cambiamento climatico con una prospettiva fino a quel momento inedita, ossia parlando non di impatto sugli ecosistemi del nostro pianeta, ma sulla salute mentale.

    I due autori dell’articolo, gli studiosi di psicologia e scienze ambientale Susan Clayton e Thomas J. Doherty, portarono l’accento, ai tempi, sull’esistenza di diversi livelli di ecoansia.

    Il primo poteva essere descritto chiamando in causa gli effetti del trauma psicologico acuto e riguardava coloro i quali erano sopravvissuti a dei disastri naturali.

    In questo caso, a detta degli autori dell’articolo, si possono riscontrare sintomi come il disturbo post traumatico da stress e, in alcuni frangenti, anche la depressione.

    L’altra tipologia, invece, chiama in causa l’incremento dell’ansia a seguito della continua centralità, a livello mediatico, delle tematiche del cambiamento climatico e delle sue conseguenze.

    Esiste anche una terza tipologia di ecoansia. In questo caso, bisogna ragionare su scala globale, considerando, per esempio, fenomeni di portata ampia come le migrazioni e i conflitti per accaparrarsi le risorse naturali.

    L’articolo sopra menzionato ha rappresentato una pietra miliare, un passo che ha fatto la differenza per quanto riguarda il passaggio dal considerare il cambiamento climatico come qualcosa in grado di avere un impatto che va ben oltre gli ecosistemi del nostro pianeta.

    Un problema che richiede un approccio diverso

    Rispetto all’ansia connessa ad altri fattori della quotidianità, l’ecoansia richiede, come sottolineato in questi anni da diversi studiosi, un approccio differente.

    Il dibattito in seno alla comunità scientifica è acceso e mira, per quanto possibile, a evitare di medicalizzare il problema dell’ecoansia. Il rischio, così facendo, è quello di svuotare il problema della sua dimensione collettiva, facendolo diventare, di fatto, una questione che riguarda il singolo individuo.

    Molti esperti sono concordi su questo punto di vista e, in questi anni, hanno sottolineato a più riprese l’importanza di ragionare non su come curare le persone che soffrono di ecoansia, ma su come risolvere alla radice la problematica del cambiamento climatico.

    Utile secondo diversi punti di vista autorevoli è partire dalle scuole, dove i giovanissimi, non appena sentono parlare dell’impatto del climate change sulla natura, si mostrano sempre più spesso pronti a mettersi in gioco per la ricerca di soluzioni efficaci.

    Partendo dai banchi di scuola e dai più piccoli, il futuro del nostro mondo, a detta di diversi studiosi sarebbe possibile ispirare comportamenti con implicazioni positive sulla sostenibilità ambientale e sull’attenuazione della problematica del cambiamento climatico.

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